Istanbul: "Un periglioso viaggio nell'Altro"


Forse, il solo spazio rimasto alla curiosità di un viaggiare esente dal contagio del turismo e per cui vale ancora la pena macinare chilometri e chilometri in qualsivoglia direzione (ma che si può nutrire anche uscendo dall'androne sotto casa) è in quel viaggio periglioso che sempre si compie nell'incontro con l’Altro diverso da te: dall'italiano maccarone che scopri in aereo mentre intona cori da stadio e batte le mani quando il charter atterra, e che poi udrai in tutte le file declamare per sé e i suoi mille parenti (immagino, dato il volume della voce) la storia minuta di questo o quest’altro monumento; alla anziana signora giapponese, o la sua riproduzione in porcellana (francamente non saprei), con tanto di mascherina antipolvere, ombrellino antisole e guanti antiminchia che la coprono fino al gomito come nemmeno la più pomposa delle dive hollywoodiane; passando per le varie truppe organizzate con capogruppo in testa che zampettano come scolaretti in fila indiana, terribili mostri millepiedi e milleocchi che tutto fagocitano lasciando una bava di giallognola massificazione e, come se non bastasse, si trascinano appresso pargoli urlanti, che rotolano al seguito fieri della loro obesità, inconsapevoli di tutto, ciechi peggio dei loro genitori, mocciosi straniti (più che stranieri) che potrebbero stare indifferentemente a Istanbul come a Helsinki, ma mai senza la loro PSP o il DS per non smettere di videogiocare nemmeno tra gli affreschi della Santa Sofia e mai, mai, senza la loro ciambella zuccherata che, guarda caso, hanno appena comprato da un bambino che dall'alba fa la spola tra un turista e l’altro col suo cestino di vimini ammaccato.

Per carità, anche questo è l’Altro e il suo fascino, pur orrorifico, rimane indiscutibile. Ma non dovevi certo sorvolare il sud Europa rischiando la vita su uno di quegli aerei scalcinati che per 29 euro, tasse incluse, trasportano automi qua e la per il mondo, per vedere la stessa marmaglia che intasa i centri commerciali soffermarsi entusiasta davanti all’ultimo vestito del Sultan Abdül Hamid I come alle seducenti offerte del 3x2.

Per trovare davvero un altro Altro devi spingerti allora un po’ più in là dai soliti circuiti che fanno la fortuna turistica di questa megalopoli di 15milioni di bipedi. Provare ad abbandonarti ad un cammino senza meta lungo le sue vie più vissute e meno usitate, dove bambini pieni di futuro, non ancora stuprati dal cannibalismo del consumo a oltranza, sporchi di vita come quelli di una volta, abitano quella strada che, come diceva Henry Miller, sola restituisce il sapore della verità; provare a vagabondare in certi quartieri dove volti antichi e fieri, ornati di curatissimi baffi, salutano il tuo straniero passare con un lieve cenno del capo e scrutano curiosi la tua anomala intrusione, mentre altri occhi più femminili si fanno fuggitivi sotto i foulard colorati da Madonna (veli che a volte svelano bellezze esclamative: “Madonna!” e altre disvelano celati interrogativi: “Ma... donna?”). Un popolo garbato e gentile che, pur non disdegnando -ahìnoi e soprattutto ahìloro- la pena di morte, si fa davvero più che in quattro (in otto, direi, data la discendenza ottomana) per darti almeno una delle sue grinfie.


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Sono qui raccolti, in forma narrativa, i viaggi di Massimo Silvano Galli alla scoperta di questo e altri mondi con le sue strane forme di vita e civiltà, fino ad arrivare là, dove nessun uomo è mai giunto prima.