Fuga da Istanbul: "Autogrill surprise"


Inspiegabile per il turista medio, habitué della comodità a oltranza, un'avventura come questa notte in pullman tra corpi sudati e odore di piedi, profumi di cibarie fredde consumate in fretta e un russare d’aglio che condiziona l’aria pur condizionata...

Inspiegabili le interminabili soste agli autogrill zeppi di troppa indigena umanità. Luoghi, invece, straordinari per qualsiasi curioso dell’umanità che, dopo la solita pisciata da nababbi, può assaporarne l’intensa e organizzata vita notturna: un giovane che incita gli assonnati viaggiatori osannando la bontà delle sue spremute d’arancia; ragazzi che, muniti di pompe d’acqua e scope, puliscono gli enormi parabrezza dei pullman (risolvendo l’enigma di come non avessero nemmeno un moscerino appiccicato); il figlio di qualcuno che, invece di dormirci abbracciato, vende le sue bambole di pezza (perché, come anche lui ben sa, soprattutto a quest’ora della notte, c'è bisogno di coccole); e due ragazze che ridono sotto i baffi (veri baffi) nel vedermi incantato dalla loro maestria a fabbricare specie di piadine con formaggi e verdure rotolandole su un padellone caldo e convesso come la schiena di una testuggine.

La verità è che, al di là di tutte le sacrosante contraddizioni che pure non mancano, qui sembra ancora tutto indorato di quella pulita semplicità che fa respirare futuro e ad esso apre i bronchi nelle molteplici vie in cui questi si diramano, ognuna carica di opportunità che noi abbiamo definitivamente perduto nelle nostre infinite edulcorazioni dell’esistere: panini lontani da qualsiasi sapore di pane, ma dal seducente nome coniato da qualche copywriter di successo -quando un panino col prosciutto è costretto a diventare un qualsiasi Mc-qualcosa piuttosto che una Rustichella per farsi mangiare, anzi, di più: per nutrire l’illusione di un sapore psichico che il sapore fisico non ha (non ha più), allora una società dovrebbe seriamente interrogarsi.

Compro tre piadine, o quel che sono, alle ragazze baffute, una bambola al bimbo-venditore e una spremuta al ragazzo urlante (mi farei dare una puliziata dai tizi con la scopa se avessi un parabrezza da qualche parte), una sorta di royalty per il fatto che li citerò e, come spesso mi accade quando attraverso mondi a me lontani, tra un saporito morso e un sorso di aranciata mi soffermo a pesare queste vite: il giovane spacciatore di spremute che avrà sì e no venticinque anni (ossia non più di quindici, visto che finora non ho azzeccato un’età, e qui sono tutti più giovani di quel che sembrano); i ragazzotti con le pompe d’acqua ancora più imberbi, il bimbo con le sue bamboline di pezza e le ragazze coi baffi (azzardo: ventanni, fate poi voi la tara)... vite. Ognuna con le sue speranze, i suoi sogni, le sue frustranti illusioni, le sue formanti difficoltà... Vite, come quella del turista allampanato che si è appena comprato tre piadine, una bambola e una spremuta e se ne sta impalato in questa notte umida d’estate a guardare due giovani donne baffute far nascere il pane dalle loro mani. Sarà il sonno, ma sono commosso dallo spettacolo della vita...


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Sono qui raccolti, in forma narrativa, i viaggi di Massimo Silvano Galli alla scoperta di questo e altri mondi con le sue strane forme di vita e civiltà, fino ad arrivare là, dove nessun uomo è mai giunto prima.