Göreme, Kapadokya: "Mitogeologia di un popolo"


Si prendano, dunque, delle montagne in tufo e si diano a un tot di ominidi che già qualche millennio or sono vivevano il gravoso problema della crisi degli alloggi; gli si dia anche il tempo di scoprire che il tufo, per quanto duro e resistente, se ti fai un culo così lo puoi manipolare più o meno a piacimento, e ecco che avrete 'ste montagne traforate qua e là come una specie di gruviera.

All'inizio saranno stati i soliti ricconi a trasferirsi nelle nuove magioni poi, chessò, l’improvviso espandersi di una moda? (“Cara, non mi dire che stai ancora in quella capanna?! Miodio, che antiquata. Io mi sono trasferita nella casa in tufo”). Sta di fatto che buona parte della società bene si sarà scavata il suo bel buchetto lassù tra i monti, come per altro accade nella maggioranza delle città in cui i ricchi fanno sempre tana sui picchi più alti e, se non ci sono picchi, ben venga anche un grattacielo o qualcosa di simile, l’importante è elevarsi dalla plebaglia. 

Così, giocoforza, se i riccastri se ne stanno in alto, qualcuno dovrà stare in basso. Di solito questi sono i più poveri che così denunciano, anche simbolicamente, la loro sottomissione. Forse, però, in questo caso, hanno un tantino esagerato. Infatti, mentre i ricchi si elevavano alla presunta altezza del loro rango, i meno abbienti faticavano attorno alle stesse rocce ma sottoterra -come nel capolavoro di Wells (“La macchina del tempo” n.d.A) in cui i poveri finivano per sviluppare una società sotterranea trasformandosi in una specie sottumana: i lemuri. 

Dunque, giù: cunicoli che sprofondano verso l’inferno e ogni tanto s’aprono in piccole stanze che le didascalie dicono ora camere da letto, ora sale da pranzo, ora magazzini per lo stoccaggio dei viveri. 

Per procedere e arrivare a queste abitazioni devi essere un nano o diventarlo a furia di star piegato sulla schiena ma, a parte questo, qui sotto non si sta affatto male, almeno per l’oretta di visita concessa ai turisti che si godono una frescura da non credere, mentre fuori il sole picchia attorno ai 40. Viverci, invece, sarà stata tutta un’altra cosa, in primo luogo per l’umidità che ti entra nelle ossa e te le squaglia. Eppure pare ci si stipassero in molti, con palazzi che si sviluppano per qualcosa come dieci piani sottoterra, delle specie di bidonville per -appunto- i soliti diseredati.

A questo scenario sopra e sotto bucherellato si deve aggiungere l’immancabile dimensione mitologica, ancora una volta di natura montana che, anche qui come tradizione vuole, arriva a sottomettere tutti: ricchi e poveri, e, visto che questi si fronteggiano a suon di buchi, eccola assumere forma indiscutibilmente fallica.

Qualcuno per delicatezza ha chiamato queste protuberanze “i camini delle fate”, ma poi non ha specificato che se ne facessero le fate di 'sti camini. La versione scientifica sostiene siano il frutto di eruzioni vulcaniche di qualche milione di anni fa e poi sagomate dalle intemperie... Comunque, quel che rimane sono alti paletti di color panna sormontati da un prepuzio nero che sembra sempre lì lì per cadere, o per eiaculare... fate  vobis.

Tutto molto suggestivo, non c’è che dire ma, come diceva un mio amico un po’ machista: “bus l’è bus” e, se un buco è un buco, figuratevi un camino per fate pervertite... Dopo il quarto cunicolo e il terzo camino diciamo che l’esperienza si può archiviare.


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Sono qui raccolti, in forma narrativa, i viaggi di Massimo Silvano Galli alla scoperta di questo e altri mondi con le sue strane forme di vita e civiltà, fino ad arrivare là, dove nessun uomo è mai giunto prima.