Fuga da Istanbul


Ma certo Istanbul non è la Turchia, come Parigi non è la Francia e New York gli Stati Uniti (solo Roma continua a essere l’Italia e l’Italia a non partorire, ovunque, che il proprio circoscritto provincialismo): propaggini cosmopolite del mondo, più che città di uno stato. E allora via, verso una Turchia più tradizionale, anche se il vero viaggio in questa nazione, già lo so, è in quella parte più turbolenta che confina con il Kurdistan, la Georgia, la Siria da dove arrivano immagini orrende di Aleppo e Damasco, che visitai splendide anni or sono e ora osservo bombardate, demolite, devastate senza che nessuno muova un muscolo in soccorso, perché ci sono luoghi della terra che se non valgono una messa, figuriamoci un ossimoro di bomba intelligente o qualsivoglia chirurgica esportazione di democrazia.

La prima cosa che scopri quando vuoi spostarti da una città all'altra della Turchia -ammesso che, come un viaggiatore, tu ti voglia affidare ai mezzi di trasporto locali- è l’efficientismo di questa articolatissima rete capace di raggiungere le mete più minute e impensate. Da Istanbul un furgoncino (detto “dolmuş”) con altri 6 viandanti mi viene direttamente a prendere alla mia scalcinata ma pulita pensioncina...

[Piccola parentesi. Una delle cose che più sorprenderà il genetico (seppur in me in pillole) razzismo che tutti, volenti o nolenti, nutriamo verso l’Altro che ci è estraneo, è la pulizia. Ogni luogo in cui ho finito per incappare è di una pulizia esemplare, compresi i cessi pubblici e quelli negli autogrill, roba che in Italia te la sogni. Unico neo, il costo: nella gran parte delle toilette si paga per entrare, spesso anche più di una lira che, se pensate che in media mi sono sfamato con non più di 20 lire a pasto, in proporzione è davvero tantissimo. Istanbul Uçhisar: 12 ore di pullman notturno, 6 soste, 4 pisciate... totale: 7 lire. Consiglio: portatevi un pitale].

Ma torniamo al nostro pulmino che mi acchiappa in pieno centro e dopo aver caricato qua e là altri avventurieri, attraversa la città oltre la sua periferia estrema.
Poi, improvvisamente, ecco la stazione dei pullman. Centinaia, mai visti così tanti tutti insieme e tutti bellissimi, luccicanti, bianchi come se mai fossero usciti dal concessionario. Se non fosse per l’autista che mi ha caricato a Istanbul che, premuroso, mi guida al pullman della mia destinazione, giuro mi sarei perso e ora starei ancora gironzolando in quell'immenso deposito come il protagonista di quel film di Spielberg (“The terminal” n.d.A) che rimane per anni intrappolato in aeroporto e in quello spazio ricava la sua dimora e costruisce le sue relazioni.

Sul pullman con me una cinquantina d’altri: autoctoni per lo più, pendolari che si giocano a Istanbul il lavoro e la famiglia in un qualche altrove, ma anche stranieri e viaggiatori anche loro presi, presumo, dalla curiosità di affondare i denti in questo paese che vediamo scivolare dai finestrini nella notte che oscura e adombra il contorno d'ogni cosa.


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Sono qui raccolti, in forma narrativa, i viaggi di Massimo Silvano Galli alla scoperta di questo e altri mondi con le sue strane forme di vita e civiltà, fino ad arrivare là, dove nessun uomo è mai giunto prima.