Istanbul: "Al mercato delle spezie"


Al mercato delle spezie, altro inevitabile passaggio, tra profumi di ogni stagione e incantagione, un anziano barbuto, che dirà di avere 30 anni (di cui probabilmente altrettanti vissuti a sua insaputa), mi predona di ben 130 lire (65 euro) di mandorle, datteri e altri frutti più o meno esotici e più o meno essiccati dopo una lunghissima trattativa a base di tea e offerte al ribasso.

Ho ceduto alle sue malie per dare almeno un senso a questo ennesimo spazio dal turismo deturpato (o forse sedotto dal cartello che dice: “Turkish Viagra. If you take you can make, love 5 time in the night” mistero della pubblicità, neanche tanto occulta): bancarelle e oggetti che potresti trovare qui come a Porta Portese, la cui sola esotica differenza sta proprio nell'ingurgitare tea e nella possibilità di trattare sul prezzo, unici due baluardi apparentemente non tramontati, tanto che se non impari subito a dire “no grazie” (“Hayır, teşekkürler”), al terzo bugigattolo in cui hai la sventura di soffermarti, hai assunto una tal dose di teina da diventarne dipendente e a quel punto, sì, aggirarti tra una bancarella e l’altra acquistando acriticamente qualsiasi cosa pur di racimolare un’altra tazza di tea.

Niente de che, comunque questo mercato delle spezie, come per altro il limitrofo bazar. Entrambi, mi pare, sintetizzino invece, e molto bene, il climax generale di questa città che tanto si nutre e si è nutrita di turisti da perdere la sua fascinosa identità di cui non rimane che il vago ricordo di letture, film e canzoni che davvero si fatica a sovrapporre sul tessuto rappezzato della realtà (“Domani arriva la nave della Costa Crociere,” mi annuncia, con un brillio negli occhi, il giovane/anziano venditore di spezie: “Cinquemila turisti tutti insieme,” e mentre io già rabbrividisco e penso a come fuggire nella notte, lui fa la conta di quanti kili di Apple-tea liofilizzato potrà spacciare).

Ma da qua bisogna passare per respirare l’alitosi di kebab che il turista emana col suo ultimo respiro vacanziero, espirato fin quaggiù per sputtanarsi le ultime inconvertibili banconote facendo ansiosa incetta di inutili e tarocchi souvenir per la mamma, la nonna e la prozia con l’illusione di aver “fatto un affare” perché quella lampada in pelle di ornitorinco o chissaché in “Italia la paghi almeno il doppio.”.

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