Efeso Tour, o del turismo archeoillogico


Non senza sforzo, riesco finalmente a convincere il mio corpo (mente compresa) e, dopo aver rimandato per ben due volte la partenza, eccomi di nuovo in viaggio verso Efeso, antica città greca, dove pare si sia fermata anche Maria per trascorrere i suoi ultimi giorni da vergine e, io, che la vergine ce l’ho come ascendente, non potevo certo fare questo torto al mio tema astrale. 

Per profanare anche questo ennesimo capoluogo del turismo conclamato pernotto a Selcuk, la città più calda dopo Infernia, credo. Quando arrivo alle sette di sera con il solito pullman, la temperatura segna 40°C (alle sette di sera!)... e come se non bastasse qualcuno si dev’essere divertito ad accendere un phone gigante per asciugare chissacchè a questo posticino che fa da epicentro a tutta una serie di cose imperdibili che, Efeso a parte, perderò più che volentieri. 

Efeso è un bel sito archeologico e, per dirlo io, che ho in odio questi posti dove ti fanno vedere una pietra e ti devi immaginare un pantheon...

Credo che questo turismo archeoillogico abbia sempre affascinato l’umanità per il suo carattere eminentemente feticista: una parte (spesso piccolissima) a cui devi appassionarti in luogo del tutto... che perversione! Con me non funziona, tanto che li raderei al suolo tutti per dar spazio ad una più godibile interezza contemporanea; anche ricostruita in polistirolo, chi se ne frega!

Siamo così ossessionati dalla ricerca della verità da non capire che nessuna verità che cerchi oggi guardando al passato, potrà mai essere davvero tale. Ogni cosa che osservi con gli occhi di oggi, per quanto la patina del tempo vi si sia depositata, non può che divenire a te contemporanea. Per questo, del nostro passato, nulla davvero sappiamo, perché è pur sempre un passato ricostruito qui e ora.

Ci siamo trastullati per secoli e secoli riempiendoci la bocca (e milioni di libri) per esaltare la bianca bellezza delle statue elleniche, fino a quando qualcuno non ha scoperto che erano, in verità, coloratissime, come nemmeno il più ardito Andy Wharol avrebbe osato. Insomma, un dipinto del Mantegna, una volta inchiodato al muro di qualche bellissimo e attrezzatissimo musée des beaux-arts con le sue luci, i suoi dispositivi bluetooth per scaricare audioguide, i video pannelli che mostrano in 3D come era prima dell’ultimo restauro, etc., è ancora un capolavoro del Quattrocento o è un’installazione del terzo millennio con annesso un Mantegna?

“La verità,” dice il Galileo di Bertolt Brecht, “è figlia del tempo, non dell’autorità.”. Vero, ma è pur sempre l’autorità del mio tempo che mi racconta qual’è la verità del mio tempo e entrerei in un irrisolvibile paradosso se aspettassi il sopraggiungere della verità di un altro tempo poiché, ameno finché sono in vita, sarebbe sempre la verità del mio tempo.

Diciamo, allora, che la verità è sempre quella che ci raccontano e ci raccontiamo nel qui e ora della nostra contemporaneità. Forse l’importante è non crederci troppo e, visto che è comunque la nostra di verità, non menarsela più di tanto se, in barba alla falsa verità di ieri, radiamo al suolo un po’ di ‘sti siti archeologici per ricostruirli -appunto- in polistirolo o vetroresina.

Sicuro che tra tremila anni (se l’umanità avrà la sfortuna di campare ancora così a lungo) ci saranno mandrie di assetati e assatanati turisti che, proprio come stamattina, nonostante la levataccia, si alzeranno prima di te e attraverseranno il globo per saggiare “dal vero” l’originale bellezza del (nostro) falso tempo che fu...

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Sono qui raccolti, in forma narrativa, i viaggi di Massimo Silvano Galli alla scoperta di questo e altri mondi con le sue strane forme di vita e civiltà, fino ad arrivare là, dove nessun uomo è mai giunto prima.