Istanbul: gran finale


A me le città piace attraversarle camminando, raramente prendo mezzi, se non per il gusto di visitarli, allo stesso modo in cui si visita un museo (chi può dire di essere stato a New York se non ha mai preso il suo metrò nel cuore della notte?). 

Paradossalmente attraverserei più volentieri una bosco o un sentiero di montagna su qualche mezzo consono invece di quelle inutili camminante in “mezzo alla natura” che al terzo abete con felci e muschio alle radici non hanno più niente da aggiungere agli altri 7500 abeti che mancano a quella cima che a tutti costi va raggiunta per guardarsi attorno ed esclamare: “Ah, che spettacolo!”. 

Sono con lo zio Socrate quando diceva che preferiva la città alla natura, perché in città si incontrano gli uomini con cui parlare, mentre gli alberi non hanno un cazzo da dire (forse “cazzo” Socrate non lo diceva, ma insomma il senso era quello). Per carità, potrebbe essere che sia io che Socrate si sia insensibili e non si capisca l’intima poesia del pino, ma se qualche difetto bisogna averlo, tanto vale sceglierne uno che ti faccia stare in buona compagnia.

Così, se proprio non sono centinaia di chilometri, mi muovo a piedi. Mia benzina: litri e litri d’acqua che, soprattutto a queste longitudini, non possono mancare. Non si può capire, se non l’hai provato, la quantità di cose che si incontrano camminando e non prendendo un qualsiasi mezzo di trasporto semplicemente per raggiungere la meta, poiché la questione è, ancora una volta (è un po’ il leit motive di ‘sto girotondo): il viaggio e non dove si va a parare che, al limite, può fungere da pretesto -se poi riesci anche a fare a meno del pretesto e te ne vai semplicemente a zonzo, allora sei davvero illuminato. 

Che poi la questione non è nemmeno il camminare in quanto tale, se non che, camminando, puoi permetterti più veloci e frequenti soste e perlustrazioni, puoi lasciarti maggiormente attrarre dal particolare che improvvisamente devia la tua direzione e ti spinge in un altrove fino a poco prima nemmeno immaginato. 

Si tratta di abbandonarsi per vedere altro o vederlo in altro modo. Un viaggio così non ha bisogno di nulla, nemmeno di spostarsi da casa, e la sua capacità di entrarti nella pelle è semplicemente proporzionale al grado di smarrimento che sa generarti. 

Pensa che fantastica avventura sarebbe la tua casa se per un mese ti abbandonassi a viverla bendato. Se poi te ne vai dal tuo piccolo e conosciuto mondo, la benda non ti serve manco, ma (il discorso non cambia) non farti fregare da quello che ti dicono che c'è da vedere per diventare cieco a tutto quello che, invece, davvero c’è da vedere

Il senso del tuo viaggio è tanto più racchiuso in questa bottiglietta d’acqua che uno sdentato commerciante ti ha regalato perché tu avevi sete e lui non aveva moneta per cambiare la tua banconota... questa bottiglietta che ora, mentre agosto si dilata in un tramonto che bene simboleggia ogni fine, osservi capeggiare sulla credenza della tua tana italiana come il più bel souvenir di questo girotondo che mausolei, monumenti, reperti e tutto il ben di Allah che hai attraversato mai potranno eguagliare.

The End, of the trip turkish

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Sono qui raccolti, in forma narrativa, i viaggi di Massimo Silvano Galli alla scoperta di questo e altri mondi con le sue strane forme di vita e civiltà, fino ad arrivare là, dove nessun uomo è mai giunto prima.